
foto di Piero Orsoni
Che fine ha fatto
la pianta di fico oltre il muro - frutto
con piacere sottile visto spiccare al nonno:
aveva gli occhi di un'azzurro pallido, slavo
si accendevano quando squarciavo
la polpa rossa coi denti da latte
succhiavo zucchero in stille cadenti
che fine hanno fatto i dadi intagliati
nel legno, dipinto dal nonno:
aveva il nome di una Vittoria italiana –
da Ceneda ° emigrarono i suoi avi furlani,
di confine in confine andarono a lavorare
a Fiume, città che non ricordo
che fine hanno fatto le svaporate memorie
gli alberi abbattuti dal nonno nella pianura balcanica –
l'imperatore gli fece indossare
la divisa ungherese, e andò più lontano
non disse nulla, tenendo il sellino
della mia prima bicicletta da grande
e l'ospedale bombardato, la minestra coi calcinacci,
la donna polverizzata che lasciò un collo di volpe sull'albero
dove sono ora?
*
mio nonno sta in una brocca, papà sotto l'erba
i nonni austriaci nel doppio ovale
tra perle e gioielli sul comò di mia madre –
lei vive di fatiche e rimpianti:
è svanito ogni gesto, i silenzi eleganti, il cappello nero
e le piante uccise per distrazione, dove sono?
dopo tanto affannarsi, tanto strizzare i panni
alle donne si sono aggrinzite le mani...
evaporati i ghiacciai d'antan, lordati di scorie i bordi
mi si è stretta l'anima come una noce:
ma sussurrano i boschi ancora, i grandi boschi
vestono con pellicce morbide i monti
coprono di macchie vive le colline
° Ceneda fa parte di Vittorio Veneto, che prese questo nome dopo la prima guerra mondiale